Una rete, un’espressione collettiva, un’orchestra che amplifica le tante voci di una città che fatica a riconoscersi e che la pandemia ha reso ancora più vulnerabile: questa è “Un’altra città”, il network civico triestino che ha da poco compiuto due anni e si propone di coinvolgere tutti i cittadini per ridisegnare insieme una città inclusiva. Per questo ha presentato il suo programma: una piattaforma operativa con 68 punti e 57 “follow up” collegati al territorio. In tutto, quindi, 125 spunti per stimolare la riflessione e la creatività civica dei triestini.
Illustrato da Giovanni Carrosio, docente universitario di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio, assieme alla fisica e ricercatrice Loredana Casalis, all’architetto Roberto Dambrosi, al rappresentante dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione Gianfranco Schiavone e all’attrice e drammaturga Marcela Serli, il programma di “Un’altra città” è un’Opa lanciata a cittadini e associazioni, ma anche alle forze politiche che si presenteranno alle elezioni amministrative 2021. Un minimo comune denominatore – che sarà condiviso con la città attraverso gli incontri digitali nei rioni che sono cominciati ieri, e in seguito con i candidati e le forze politiche – per certificare il proprio impegno in direzione di un radicale cambiamento delle prospettive e del futuro di Trieste.

Uno scorcio delle Rive…

… e un’osmiza sul Carso.

Presupposto del programma di “Un’altra città” è la cura del bene comune, per valorizzare la ricchezza del territorio, dal mare al Carso, dal porto alle osmize, dalla scienza alla sanità e alla cultura, come volano di sviluppo per creare una società coesa, inclusiva, sana, meno vulnerabile, attenta all’ambiente, alla salute, alle disuguaglianze sociali. Una città che si fondi sull’educazione come elemento unificante, che potenzi le scuole soprattutto nelle periferie, che promuova la cultura e lo spettacolo per il benessere di tutte le fasce d’età, dai bambini alle persone che invecchiano. Una città che, pur fondandosi sulla ricchezza del suo passato, sia capace di guardare in avanti e finalmente valorizzare il suo patrimonio architettonico. Una città che nel suo bene comune di più alto valore, il Porto Vecchio, sappia generare un esempio di intelligenza collettiva per creare valore condiviso, un luogo dove lavorare con coraggio e innovazione verso un futuro più sostenibile, meno disuguaglianza, meno povertà e più inclusione. Un luogo da cui partire per creare una nuova infrastruttura sociale, che connette l’est con l’ovest, il nord col sud, con un piano strategico di mobilità che rinforzi trasporto pubblico, crei nuove piste ciclabili, percorsi pedonali per promuovere benessere per ognuno.

Recupero in Porto Vecchio.


“Un’altra città” propone ai cittadini di tornare a parlarsi per ascoltare le proprie paure, la rabbia, i desideri, le speranze, i fallimenti, le brucianti delusioni. Ma importante sarà ascoltare Trieste a partire dalle sue periferie, dal tessuto produttivo, dal suo disagio, ma anche dalla sua allegria e dalla sua orgogliosa e struggente singolarità.
Trieste è popolata di microcosmi che, pur desiderandolo, spesso non riescono a riconoscersi. Piccole realtà autonome e coraggiose che non hanno una casa comune, che fanno fatica a riferirsi ai partiti, che sono in cerca di uno spazio materiale di confronto pubblico e umano, in una prospettiva transnazionale e transculturale, che è quella propria della città. Un’altra città cerca di infondere, per dirlo con le parole dell’autore de “La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani” Giuseppe A. Samonà, “il coraggio, la sfrontatezza libertaria di affermare che la nostra città sarà a misura di bambini, vecchi, matti, richiedenti asilo”.

Canal Grande e Borgo Teresiano.

Unaltracitta.trieste@gmail.com

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In copertina, un’immagine di piazza Unità d’Italia col palazzo municipale.

 

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