di Giuseppe Longo
NIMIS – Davanti a quell’altare monumentale del Duomo di Nimis, Antonio Comelli venne battezzato. E fu pure cresimato al cospetto di quelle meravigliose statue in marmo di Carrara fatte arrivare da Venezia, prima con i barconi e dopo con i buoi, e che apparteneva a Santo Stefano in Centa, la Chiesa che purtroppo non c’è più. Ma il capolavoro di Heinrich Meyring fortunatamente si è salvato perché – oggi possiamo anche dirlo: in modo “provvidenziale” – era stato trasferito, otto anni prima del sisma di mezzo secolo fa, nella nuova comparrocchiale che si stava ultimando, il Duomo appunto voluto da monsignor Beniamino Alessio per “creare” un centro nel paese suddiviso in varie borgate. E ora Antonio Comelli è tornato davanti a quell’altare per l’omaggio che la sua Nimis, ma anche il Friuli, ha voluto tributargli proprio a 50 anni dal terremoto e nel giorno anniversario della scomparsa, avvenuta il 22 giugno del 1998.






È tornato con una gigantografia, molto bella e curata, dedicata al “Presidente della Ricostruzione” con sottotitolo “Da Nimis, per il Friuli”. Mi piace ricordare Antonio Comelli con questa immagine e con questo suo accostamento al vecchio altare di Centa, essendo sempre stato l’avvocato un uomo animato da una fede cristallina: si laureò, infatti, anche in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense. Una immagine che mostra il volto sereno e rassicurante di “Tunin di Pauli” – come da tutti era familiarmente conosciuto in paese -, quel suo tratto umano, non disgiunto dalla indubbia competenza, sul quale ha voluto mettere l’accento monsignor Rizieri De Tina collegandolo alla drammatica esperienza che l’allora capo della Giunta regionale (1973-1984) si trovò, come tutti i sindaci e pubblici amministratori – a Nimis c’era il giovane Giovanni Roberto Mattiuzza -, ad affrontare. Tutti troppo piccoli davanti a un problema così grande, il cui compito immane che li attendeva ha indotto il celebrante ad attingere nientemeno che alle parole della prima Lettera Enciclica di Leone XIV, la “Magnifica Humanitas”: «Pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che le nostre scelte non spostino nulla, è una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo». Invece, nessuna resa, ma la forza e la tenacia di affrontare i problemi subito con decisione, sacrificio e coraggio non comuni, trovando un “punto d’incontro” tra le aspettative della popolazione colpita dalla tragedia, che piangeva le sue mille vittime, e lo Stato che mandò quale commissario straordinario l’onorevole Giuseppe Zamberletti, con il quale il “dialogo” Stato-Regione – grazie anche alla piena intesa con i nostri parlamentari – funzionò subito alla perfezione, generando risultati che in pochissimo tempo hanno permesso di scrivere quella pagina meravigliosa e indelebile della rinascita che ancora oggi è nota come “Modello Friuli”. Per Nimis si trattò di una seconda rinascita in appena trent’anni: il 29 settembre 1944 il paese fu, infatti, raso al suolo dall’incendio nazista. E Antonio Comelli, allora comandante della Osoppo, fu testimone di quella tragedia.
Di questo “Modello Friuli” instancabile motore è stato proprio l’avvocato Comelli come ha ricordato al termine della Messa in suo suffragio l’oggi novantenne Franceschino Barazzutti, presidente onorario dei Sindaci della ricostruzione, al tempo primo cittadino di Cavazzo Carnico, tenace e battagliero nell’affrontare l’emergenza e nel seguirne poi l’evoluzione. «Di Comelli – ha detto, definendolo “padre” della ricostruzione – non ci è mai mancato l’appoggio». E a tale riguardo ha ricordato l’attribuzione ai sindaci della importante, ma rischiosa, funzione di “funzionari delegati” al fine di snellire il più possibile gli iter burocratici. «E anche quando non era più presidente – ha aggiunto – ci aveva detto: su di me potete contare sempre!». Concetti che sono stati poi ripresi da Roberto Dominici, in quegli anni assessore regionale alla ricostruzione e sempre in sintonia con l’operato di Comelli. Prima di loro aveva portato un saluto il sindaco Fabrizio Mattiuzza, ricordando quanto fosse importante per Nimis rendere omaggio a un figlio così illustre, rimasto sempre attaccato alla sua terra tanto da seguirne sempre i problemi e condividerne le aspettative, un uomo che interpretava la politica come servizio e non come potere. Ha chiuso gli interventi – coordinati da Serena Vizzutti – l’assessore regionale alle Finanze, Barbara Zilli, gemonese e quindi testimone diretta di quello che ha significato la rinascita del Friuli, che ha parlato anche a nome del presidente Massimiliano Fedriga, impossibilitato a intervenire ma che ha affidato ai social un suo messaggio. «In questo momento solenne, il profondo rispetto che portiamo ad Antonio Comelli ci impone di fare un passo indietro rispetto a chi ne ha condiviso il percorso umano, professionale e politico durante gli anni della ricostruzione del Friuli. Comelli fu una guida indiscussa, capace di interpretare la straordinaria volontà di ripartenza espressa dai sindaci e dalle comunità friulane dopo il terremoto del 1976. La sua azione non si fermò all’emergenza: seppe cogliere la necessità di aprire il Friuli al mondo e accompagnarne la trasformazione economica e sociale». «Grazie alle sue intuizioni – ha aggiunto l’assessore (c’erano anche i consiglieri Lirutti, Morandini e Pozzo) -, al suo impegno e alla sua capacità di mantenere salde istituzioni autorevoli e rispettate, il territorio regionale è diventato ciò che conosciamo oggi: una realtà dinamica, con una forte vocazione internazionale e un modello riconosciuto ben oltre i confini regionali. A noi spetta il compito di custodire e rafforzare quei valori di collaborazione istituzionale e di unità che Comelli ha sempre saputo mettere al di sopra delle appartenenze politiche». «Anche nel momento più buio – le ha fatto eco il governatore Fvg -, non ha mai lasciato la mano della sua comunità. Davanti alle macerie del terremoto, Comelli non si mai è arreso al dolore, trasformando lo smarrimento in un impegno collettivo di quel “Modello Friuli” che ancora oggi è un esempio i resilienza riconosciuto in tutto il mondo. Il suo esempio resta una bussola per chiunque abbia l’onore di servire la nostra regione».






Al termine, un corteo sotto il sole cocente – presenti molti rappresentanti delle istituzioni regionali e locali, amministratori di ieri e di oggi (anche di Nimis) con il presidente dell’Associazione Comuni terremotati e Sindaci della ricostruzione del Friuli, Roberto Revelant, primo cittadino di Gemona, storica “capitale del terremoto” – ha raggiunto il cimitero. Presenti figli e nipoti (con Germana che è stata anche sindaco), è stata deposta una corona d’alloro dinanzi alla tomba di famiglia dove riposa la salma di Antonio Comelli accanto a quella dell’amata moglie Orvega, dei genitori, e dei suoi familiari. Perché il “Presidente della Ricostruzione” da Nimis era partito e a Nimis ha voluto ritornare, per sempre. Grazie “Tunin”!
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In copertina, la gigantografia di Antonio Comelli davanti al monumentale altare del Meyring già appartenuto alla Chiesa di Centa; all’interno, la Messa nel Duomo di Santo Stefano celebrata da monsignor Rizieri De Tina, gli interventi dell’assessore regionale Barbara Zilli, di Franceschino Barazzutti, Roberto Dominici e del sindaco Fabrizio Mattiuzza; il corteo verso il cimitero e l’omaggio alla tomba del “Presidente della Ricostruzione”.
